Pubblicazione
Ci siamo. Sono molto felice di annunciare che Yekatit 12 sta per arrivare. L’uscita in libreria è prevista per maggio. La casa editrice è Tunué. Il libro avrà una prefazione di Wu Ming 2 e una postfazione di Gabriella Ghermandi.
In queste settimane ho lavorato insieme allo staff editoriale per finalizzare gli ultimi aspetti: copertina, sottotitolo, frontespizio, risguardi, revisioni varie. Le persone con cui collaboro in Tunué sono attente e disponibili, e mi aiutano a curare ogni dettaglio. Vedere il progetto prendere una forma definitiva e immaginare che a breve questo oggetto andrà in giro e vivrà di vita propria mi procura una sensazione quasi straniante. Alla mia veneranda età, pubblicare la mia prima graphic novel è un risultato enorme, quasi insperato.
Eppure fare fumetti è sempre stato il mio sogno, fin da quando da bambino riempivo un quaderno dietro l’altro con storie inventate su Tarzan e Braccio di Ferro. Durante l’università ho iniziato a pubblicare vignette di satira politica su alcuni giornali della mia città, tra cui La Gazzetta di Modena. Dopo la laurea, ho lavorato per un anno come disegnatore di cartoni animati nello studio di Ro Marcenaro. Nel frattempo, frequentavo la scuola di fumetto La Nuova Eloisa di Bologna (dove insegnavano Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Antonio Fara, Francesca Ghermandi, Igort), e cercavo di vendere il mio portfolio alle case editrici presenti alla Children’s Book Fair. Accarezzavo l’idea di vivere di quello.
La mia potenziale carriera di cartoonist, tuttavia, si è interrotta quasi subito, nel momento in cui ho realizzato che non sarei riuscito a raggiungere un reddito sufficiente per mantenermi. Le committenze erano troppo sporadiche e mal pagate. Da lì la decisione di spostarmi sulla grafica e sul web design, discipline che mi permettevano di continuare a giocare con immagini e colori, e garantivano prospettive economiche decisamente più solide.
La questione è che il design mi appassiona molto, ma non è arte. Certo, come designer faccio uso di capacità creative, e questo mi permette di restare vicino alla mia indole. Ma il design ha il compito di risolvere un problema, servire l’obiettivo di un committente, e la sua efficacia si misura in termini quantitativi e qualitativi. L’arte, invece, almeno nella sua concezione moderna, è puramente al servizio delle esigenze dell’artista. E io sentivo il bisogno di esprimermi liberamente, raccontando storie per immagini.
Così mi sono detto che, parallelamente al mio mestiere di grafico otto ore al giorno, mentre mi guadagnavo la pagnotta progettando loghi, cataloghi e siti web, dovevo tentare di rubare alla quotidianità uno spazio protetto da dedicare alle mie pulsioni artistiche. A metà degli anni Duemila, ho cominciato a lavorare seriamente a una graphic novel cyberpunk, intitolata Cybersade.
Cybersade parlava di un hacker che, in un mondo oppresso dalla censura in rete, riusciva a eludere i controlli e a pubblicare snuff show su internet, diventando un perverso simbolo di liberazione. Si trattava di una storia forse potente a livello concettuale e sicuramente all’avanguardia: parlavo di dirette streaming, whistleblowing, smartwatch, product placement, tutti concetti che oggi ci suonano familiari ma che all’epoca erano ancora piuttosto astratti. In sostanza, mi sembrava di avere per le mani materiale forte, il potenziale per una graphic novel capace di lasciare il segno.
Purtroppo, le cose non sono andate come mi aspettavo. Cybersade era una storia troppo lunga e complessa da gestire per un autore agli esordi. Per farmi le ossa avrei dovuto creare parallelamente qualche storia breve, misurarmi con la tecnica del racconto, magari interagire con altri autori e, soprattutto, con il mercato editoriale. Invece mi sono chiuso nel mio mondo, scavando in verticale su quest’unico concept totalizzante. In breve, nonostante abbia lavorato a Cybersade per circa dieci anni, non sono riuscito a plasmarlo in modo efficace. Quando nel 2017 mi sono sentito pronto per presentarlo alle case editrici, la proposta era inconsistente ed è stata, giustamente, respinta.
Chi ha provato a cimentarsi in una forma artistica sa bene che tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, per citare Elio. Dare corpo alle idee che abitano il nostro universo interiore è una sfida che mette a dura prova. Un po’ come camminare sul filo: è difficile restare in equilibrio, ancora di più avanzare con stile, per non parlare di arrivare in fondo. Come se non bastasse, c’è anche il rischio di cadere e farsi male. Nel mio caso, il magro esito di Cybersade è stato un bel tonfo, di quelli che ti portano a darti dell’incapace, a chiederti chi ti credevi di essere, e a guardare quelli che invece ce l’hanno fatta con un misto di ammirazione e odio. Insomma, pensavo che fosse finita lì, che sarei rimasto sempre e solo un fumettista mancato.
Poi, evidentemente, quella spinta che mi abita dentro, che mi porta a spendere la maggior parte del tempo disponibile a giocare al cineasta, montando scene disegnate, ha preso il sopravvento sull’autocommiserazione. Sono ripartito. Come ho raccontato nella prima newsletter, mi sono imbattuto nel documentario sul massacro di Debre Libanos, ed è nata l’idea di Yekatit 12. L’obiettivo era drammatizzare una fusione di due libri di Ian Campbell: The Plot to Kill Graziani e Il massacro di Addis Abeba. Ingenuamente, pensavo di poter realizzare un buon adattamento per immagini in tempi rapidi. In realtà, fin da subito sono emerse questioni complesse da affrontare.
La prima è stata trovare il punto di vista. Mi serviva una voce fuori campo capace di tenere insieme un imponente portato storico e, al tempo stesso, sentimenti intimi e personali. Chi poteva raccontare la storia dello Yekatit 12? E in quale contesto? La scelta finale è caduta su Assegedech Adefris, sorella del protagonista Simeon, all’interno di un’intervista televisiva (realmente avvenuta). Ma per raggiungere questo punto di svolta, ho attraversato lunghi travagli creativi, con sequenze intere completate e poi buttate.
Il secondo problema è nato da una domanda fondamentale che mi hanno posto alcune persone: perché una storia di quasi novant’anni fa dovrebbe interessarci oggi? Sviluppando il progetto avevo realizzato con chiarezza come il rimosso del nostro periodo imperiale continuasse a sprigionare le sue tossine nella società odierna. Ma come trasmettere questo senso di rilevanza anche a chi, come la stragrande maggioranza delle persone, non sapeva nulla (o quasi) di colonialismo, e tantomeno della partecipazione italiana al fenomeno? Questo interrogativo mi ha destabilizzato, causando una quantità di riscritture, fino alla scelta di aggiungere un livello temporale nel presente e costruire un percorso dall’ignoranza alla consapevolezza.
Il terzo macro tema riguardava l’aspetto stilistico. Qual era il trattamento grafico giusto per rendere al meglio una storia carica di atrocità e dolore? Come gestire la violenza in maniera non pornografica, mantenendo al tempo stesso tutta la drammaticità necessaria? Lo stile di Cybersade era freddo e tecnologico, e non funzionava per questo progetto: dovevo trovarne uno nuovo. Per molto tempo sono andato avanti a tentoni, mescolando le tecniche più disparate — matite, pastelli, pennarelli, pennino — con un segno rabbioso e sporco che probabilmente rifletteva il mio disagio nel confrontarmi con le mostruosità da rappresentare. Poi, mano a mano che metabolizzavo le varie sequenze, ho trovato maggiore equilibrio e precisione.
Altro dilemma: bianco e nero oppure colore? All’inizio ho scelto il bianco e nero. Volevo lavorare per simboli: avevo immaginato il contrasto tra i bianchi italiani e i neri etiopi, i fascisti vestiti di nero e la popolazione nativa di bianco. Ma il mio disegno a matita andava verso uno stile realistico che non comunicava questa simbologia, e il trattamento in bianco e nero risultava polveroso, vintage. Allora, su consiglio di Otto Gabos, sono passato al colore. Uno stile più pop restituiva meglio la contemporaneità che cercavo e mi aiutava a riequilibrare l’orrore raccontato in alcuni passaggi.
Il colore però può essere usato in molti modi diversi: qual’era la strada da seguire per questo romanzo? Dopo una ricerca lenta e faticosa, sono arrivato a fare due scelte. La prima è stata distinguere i piani narrativi: tempo presente in bicromia, passato in policromia, un’idea presa direttamente da I solchi del destino di Paco Roca (pubblicato, coincidenza, sempre da Tunué). La seconda, ispirata a Rébetiko / Rébétissa1 di David Proudhomme, è stata usare il colore in maniera espressiva e non descrittiva, adottando per ogni scena delle tinte legate alle emozioni dei personaggi.
E infine, il linguaggio, le ambientazioni. Volevo che il racconto risultasse credibile anche per un pubblico etiope ed eritreo, e ho fatto del mio meglio per essere rigoroso nella caratterizzazione delle scene. Ad esempio, i personaggi dicono “talian” per riferirsi agli italiani, come nella vignetta qui sopra, una forma che ho copiato dal libro Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi. Ma, più in generale, su ogni vignetta ho investito ore di ricerca prima di passare all’esecuzione finale.
Tutti questi tentativi, cambi di rotta e sofferenze creative mi hanno fatto ben presto capire che non mi ero imbarcato in una gara di velocità, ma nell’ennesima maratona. Il lavoro si allungava a dismisura e il fiasco di Cybersade aleggiava sul mio tavolo da disegno come un’ombra scura. Però quell’esperienza mi aveva insegnato una lezione fondamentale: invece di isolarmi, dovevo aprirmi, superare la sindrome dell’impostore e fare uscire il mio progetto nel mondo, anche se era solo un embrione fragile, con disegni approssimativi e una trama incerta.
Così ho fatto, ho condiviso quasi tutte le versioni dello storyboard, da quelle iniziali, al limite dell’imbarazzante, fino a quelle più definite. Ho importunato una moltitudine di artisti/e, storici/che, attivisti/e, insegnanti, e soprattutto persone delle comunità etiopi, eritree, libiche, somale. Ogni volta mi preparavo a potenziali stroncature che mi avrebbero segato le gambe: avevo cinquanta e passa anni e non avevo pubblicato nulla, chi poteva darmi credito?
Invece è successo l’imprevedibile. A nessuno fregava nulla delle mie qualifiche di autore inesistente, e tutti si mostravano profondamente coinvolti dal progetto. Evidentemente, in maniera del tutto casuale, avevo centrato un soggetto che andava a colmare un vuoto. Yekatit 12 toccava nervi scoperti e suscitava passioni violente. Ogni interlocutore si è mostrato straordinariamente disponibile ad aiutarmi offrendo consigli, spunti, critiche, connessioni, riferimenti, opportunità di discussione. Intorno a Yekatit 12 si è formata una piccola grande comunità di sostenitori che mi ha permesso di far maturare il lavoro fino ad arrivare a una versione in grado di convincere una delle più importanti case editrici italiane di fumetti.
Ora, dopo sette anni di lavoro — i miei personali sette anni in Tibet — il fumetto è pronto. Tra pochi mesi ci sarà il lancio. Non so cosa succederà dall’altro lato della luna, ma sono fiducioso. La strada fino a qui è stata straordinariamente arricchente, soprattutto dal punto di vista umano: mi ha permesso di conoscere persone appassionate, entrare in contatto con contesti stimolanti e ampliare i miei orizzonti. Spero che l’uscita del libro mi permetta di aumentare le occasioni di confronto e, magari, di dare un piccolo contributo sul tema del colonialismo, a partire da una pagina chiave della storia del nostro paese.
In occasione delle commemorazioni dello Yekatit 12 di quest’anno:
Martedì 17 febbraio, ore 17.
Segnalo l’evento patrocinato dal Comune di Bologna presso Sala Borsa - Auditorium Biagi, con deposizione della corona in memoria dei caduti, introduzione di Gabriella Ghermandi, podcast A casa loro di Simone Lumi, e monologo di Nadia Mohamed Abdelhamid.
Domenica 22 febbraio, ore 17.
Sarò a Lodi con Antifa Lodi a Tabula Rasa - Circolo Arci Ghezzi, in Via Maddalena, 39, dove terrò uno storytelling visuale su Yekatit 12 con proiezione dei disegni del fumetto. Entrata gratuita, posti limitati: è preferibile la prenotazione scrivendo a antifa.lodi@inventati.org
Ho appena scoperto che Coconino pubblicherà la versione italiana, bravissimi.







Ho letto, anzi divorato il tuo racconto: avvincente, umano, emozionante con un bel lieto fine. Finalmente! Grazie di esserti aperto qui ( luogo più tranquillo e intimo rispetto ad altri). Anche io vorrei che l’evento di Lodi si ripetesse, per esempio a Bologna! A presto caro Andrea, che fortuna conoscerti 🙏🏻❤️
Evviva!!